Dalle memorie dell’ ex vicecapo ingegnere Dyatlov abbiamo una testimonianza inedita sugli eventi che precedettero e successero in seguito all’esplosione del reattore n. 4 della centrale di Chernobyl

Alle 01:23:46 del 26 aprile 1986 il reattore n. 4 andò incontro a una prima esplosione, generata dal contatto tra l’ ossigeno atmosferico e la grafite incandescente e idrogeno. Secondo le memorie di Dyatlov ci fu una prima esplosione che <<Sembrava un forte impatto, scosse l’edificio. Diedi un’occhiata al soffitto dal quale caddero alcuni pezzi, e dopo un secondo o due successero altre esplosioni, numerose luci di emergenza lampeggiavano, la luce andò via per un breve periodo di tempo, dopodichè ritornò. Il mio primo pensiero fu che qualcosa fosse successo nei separatori sopra la sala controllo. I separatori sono grandi serbatoi carichi di acqua e vapore, ed essendo stata l’espolsione particolarmente potente pensai che l’acqua calda dei separatori si sarebbe riversata sul pannello di controllo. Proprio come un’abitudine guardai le letture degli strumenti, le loro segnalazioni, e solo con un breve sguardo capii che era successo qualcosa di terribile, non era un normale incidente. La pressione del circuito principale era a zero, come l’indicatore del consumo di agenti termici. Per una persona pratica è chiaro cosa vuol dire: una catastrofe, perchè se la pressione nel circuito principale è zero, significa che non c’è nessun consumo di agenti termici e che gli elementi emananti calore (nel nocciolo) non vengono raffreddati, e dopo un certo periodo di tempo si fonderanno, e questo è un completo disastro (fusione o meltdown nucleare). In quel momento non era assolutamente chiaro quel che successe, perchè l’incidente scoppiò in circostanze ordinarie.

Andai al pannello di controllo del reattore, i ragazzi erano assolutamente confusi; come dovrebbero essere sennò ? Se l’operatore avesse premuto l’ AZ5 in una situazione ordinaria e invece di ottenere lo spegnimento succedesse un’esplosione, non ci può essere altro sentimento che la confusione. Ho già detto che la conversazione tra Toptunov e Akimov fu assolutamente calma, non c’era stato nulla di allarmante 7 secondi prima dell’esplosione. Ma quando guardai sul pannello del reattore, i miei capelli si alzarono completamente (dalla paura): nonostante le barre fossero scese, queste restavano in posizione intermedia, abbassate a 2,5 – 3 metri. Il dosimetro, cioè lo strumento per misurare le radiazioni, segnò un valore positivo: la potenza del reattore stava aumentando. Immediatamente dissi a Kudryavtsev e Proskuryakov di correre nella sala centrale e di abbassare manualmente le barre di controllo. Appena se ne andarono, capii che questa decisione era stata abbastanza stupida, inutile, non sarebbero andate giù comunque. Mi precipitai nel corridoio ma erano già spariti, fu quello il momento in cui capii che era successo qualcosa di irreversibile. Ad ogni modo, di cosa esattamente si trattasse e che cosa avremmo dovuto fare non era chiaro, non vi era panico tra le persone presenti all’interno della sala di controllo, circa 13 o 15 persone. E devo dire che, in quella mattinata del 26 aprile 1986, non ebbi il sogno di ripetere i miei comandi 2 volte, tutto fu eseguito finchè fu possibile farlo. Dopo l’incidente il personale operativo fece tutto il possibile, e per la maggior parte di loro questo finì per essergli fatale. Se vuoi fare qualcosa devi sapere anche delle cose, a giudicare dagli strumenti la situazione rappresentata era orribile, ma non suggerì alcuna informazione su cosa fare.

Uscii dalla stanza, nel corridoio c’erano fumo e polvere e perciò tornai indietro e dissi ad Akimov di accendere i ventilatori rimuoventi il fumo. Utilizzando un’altra uscita andai nella sala macchine, la situazione era talmente orribile lì … Parte del tetto era crollato, alcune lastre di cemento danneggiarono le tubazioni, l’acqua calda usciva come vapore in tutte le direzioni, c’erano lampi di cortocircuito alle linee elettriche, scatti rumorosi come se fossero spari. Accanto alla settima turbina le tubature di petrolio furono danneggiate da alcune lastre di cemento cadenti, ed il petrolio fuoriuscito prese fuoco. Tornai alla sala di controllo e decisi di salire alla sala centrale per controllare il reattore. Quando passai per il corridoio incontrai l’operatore della sala centrale Anatoly Kurguz, orribilmente ustionato dal vapore, i pezzi di pelle stavano cadendo dalla sua faccia, le sue mani erano state bruciate completamente, anche la pelle era a pezzi. Ovviamente non era chiaro cosa ci fosse sotto i suoi vestiti, gli dissi “Vai al dipartimento sanitario, un’ambulanza arriverà presto !” Quella che avrebbe chiamato Akimov. Chiamò anche i vigili del fuoco che però erano già in arrivo, perchè uno dei pompieri era in strada quando successe l’esplosione, e quindi vide tutto quanto. Un operatore, Simonenko, mi disse che la struttura del reattore era distrutta, andai un po’ giù nel corridoio e guardai fuori dalla finestra: la struttura non aveva uno dei suoi muri, era caduto. Camminai attorno al reattore, le strutture 3 e 4 (i reattori) erano collegati in un’unica struttura e ci feci una camminata intorno, era tremendo. Due muri della struttura del reattore, quello est e quello ovest rispettivamente, erano distrutti. L’acqua fuoriusciva da vari punti, c’erano lampi di cortocircuiti, c’eranoi dei piccoli incendi localizzati sul tetto tra il terzo e quarto blocco e sul terzo blocco stesso. Non c’era un grande incendio, piuttosto piccoli incendi localizzati.

Raggiunsi il terzo blocco, i veicoli dei vigili del fuoco si trovavano lì, chiesi a un autista chi fosse in carica. Mi indicò il tenente Pravik che stava giusto passando lì, gli dissi c’era bisogno di guidare in modo da connettere l’idrante che conduceva fino al tetto. Cominciò a girare il veicolo, io intanto entrai nella sala controlli del terzo reattore per chiedere se ci fosse qualcosa che intralciasse il lavoro del blocco. Il capo del blocco mi disse che ebbero controllato tutto ma non vi trovarono nessun intralcio, quindi tornai al quarto blocco. Quando raggiunsi il trasformatore elettrico di controllo centrale trovai Aleksandr G. Lelechenko che in quel momento stava venendo dal quarto blocco, assieme andammo lì e dissi sia a lui che ad Akimov di spegnere tutti i macchinari, di togliere l’idrogeno esausto dai generatori e di drenare il petrolio dalle turbine, perchè era impossibile fare qualcosa con il reattore. Per me in questo momento, il blocco quattro rappresentava un pericolo, dato che era localizzato vicino agli altri tre reattori. Era necessario prendere provvedimenti per prevenire la comparsa di altri nuovi incendi, che senza dubbio sarebbero comparsi in quella situazione. Ecco perchè l’interruzione della corrente, togliere l’idrogeno esausto e drenare il petrolio dovevano essere fatte il prima possibile. Akimov e Lelechenko, assieme ad altri operatori delle turbine e degli impianti elettrici lavorarono per realizzare questi interventi, loro finirono il lavoro, ricevendo gravi danni che per alcuni di loro risultarono fatali.

Allo stesso tempo, Pyotr Palamarchuk portò via Vladimir N. Shashenok, era sotto shock, ustionato dall’acqua. Presumibilmente il dolore era estremamente grande, oltre ogni soglia immaginabile, poteva solo muovere gli occhi, tuttavia non c’erano lamenti o grida, niente. Quando passai nel corridoio vidi lì delle barelle mediche, quindi dissi ai ragazzi di prendere quelle barelle e di portare Shashenok in infermeria. Palamarchuk e Shevchuk presero Shashenok e lo portarono via. Alla mattina Shashenok era già morto. Più tardi scoprimmo che lui era la seconda vittima ufficiale, mentre la prima fu Valery I. Khodemchuk, operatore delle pompe di circolazione principali, immediatamente dopo l’esplosione fu sepolto dalle macerie. E chissà dov’è … Non è mai stato trovato. Io andai fuori dal quarto blocco, dal momento che la situazione lì era allarmante; non tutti i fuochi erano ancora stati estinti, e una volta che entrai nel terzo blocco ancora, ordinai a Magdasarov di spegnere il terzo blocco, poi tornai al quarto. Lì mi incontrai con Valery Perevozchenko, mi disse che Khodemchuk non era lì, lo cercammo assieme a Aleksandr Yuvchenko e con altri dosimetristi, ma non trovammo niente, nè in quel momento nè in seguito. Tutti noi eravamo in pessime condizioni fisiche, quando tornai alla sala di controllo persi tutta la mia forza, sia fisica che mentale, perchè non riuscii a pensare ad altri compiti da svolgere. Tutto quello che poteva essere fatto, tutto ciò che ritenni possibile e fattibile, lo avevamo già fatto in quel momento. Ognuno di noi aveva già vomitato varie volte da allora, non c’era niente altro da vomitare … Eccetto le viscere.

Il telefono squillò, Akimov me lo passò dicendo che Viktor Bryukhanov (direttore della centrale) stava chiamando. Bryukhanov era al quartier generale della protezione civile, mi disse di andare lì. Mi feci una doccia, mi cambiai i vestiti, presi alcuni diagrammi con me e andai verso il quartier generale della protezione civile. Ovviamente non potei riportare niente di soddisfacente al direttore, gli dissi che avevamo rilevato un aumento improvviso di potenza, probabilemte a causa di qualche malfunzionamento nell’operazione di spegnimento d’emergenza. Questo ovviamente risultò essere vero, ma non tutto. Non riuscivo a pensare a nient’altro in quel momento, poi mi sentivo come se dovessi vomitare ancora, quindi corsi fuori sulla strada, dopodichè fui caricato in ambulanza e portato in ospedale. Le mie condizioni erano abbastanza terribili, naturalmente. Un’infermiera mi diede due bottiglie di soluzione salina, o qualunque cosa fosse, non ne avevo idea. Miracolosamente non me la sentivo di dormire, lasciai la stanza e all’esterno vidi alcuni ragazzi (presumibilmente alcuni ingegneri) che parlavano pure lì. Ci riunimmo nella sala fumatori e iniziammo una discussione sul come, cosa, quando e perchè. Questa discussione continuò a Mosca, dove fummo portati il 26 di aprile, anche la maggior parte fu portata il 27. E lì finii in un ospedale per un lungo mezzo anno, fui rilasciato il 4 novembre 1986. Arrivai a Kiev, e nel dicembre 1986 venni arrestato. Veramente l’arresto non fu una sorpresa per me, dato che quando fui all’ospedale a Mosca arrivò un po’ di volte un investigatore che mi interrogò come testimone. Comunque a giudicare da tutto ciò, era assolutamente chiaro che il personale era stato ritenuto responsabile di tutto questo. Non c’era altro modo: nell’Unione Sovietica non ci sono incidenti dovuti a difetti nelle apparecchiature, si verificano incidenti solo a causa del personale al lavoro.

A dicembre quasi tutti i testimoni furono interrogati, quindi non ci fu modo per me di influenzare nè l’indagine nè i testimoni. Sulle prime non fu così gravoso per me, perchè durante le indagini vennero acquisiti dei documenti precedentemente sconosciuti, e basandomi su essi realizzai che i progettisti del reattore conoscevano da tempo quei difetti del reattore, gli stessi che portarono all’incidente del 1986. Familiarizzai con quei documenti, il quadro generale divenne chiaro per me, sul perchè e come avvenne l’esplosione. L’udienza generale fu più volte rinviata, per via dei malesseri dell’ ingegnere capo Nikolay Fomin. Nel luglio del 1987 l’udienza per i criminali di Chernobyl venne tenuta. Dopo il vertice sulla tecnologia e scienza, che diede tutte le colpe al personale operativo nel giugno del 1986, il comitato governativo confermò ciò. E quale tribunale andrebbe contro la mente collettiva del giusto per sempre e non controllabile Politburo (cioè il collegio ristretto al quale è affidata la direzione del partito comunista) ? Il risultato era già deciso. Durante il processo, infatti, 24 delle mie domande furono declinate dal giudice.>>

Su Djatlov possiamo dire di tutto e di più: un capo competente ma poco amato, il capro espiatorio per eccellenza, colui che non ammise obiezioni, un operatore testardo e spericolato … I giudizi su di lui ricalcano si e no il personaggio antagonista della serie HBO. Rimane vero che l’incidente non fu solo colpa sua, o Valery Legasov non si tolse la vita per i sensi di colpa dopo aver colpevolizzato gli operatori del reattore a Vienna durante la conferenza sull’energia atomica. Il personaggio di Dyatlov viene comunque descritt dagli operatori come “un uomo dal carattere complesso e scostante”, oppure come “un capo professionista e competente, ma spesso troppo duro ed esigente” (Razim Davletbaev, operatore della centrale). “Gli operatori non lo rispettavano, respingeva ogni suggerimento e obiezioni che richiedevano sforzi aggiuntivi” (sempre Davletbaev). “Poteva essere comprensivo se venivano commessi errori per ragioni spiegabili, ma non tollerava l’incompetenza e la negligenza” (Anatolij Krjat, ispettore statale sulla sicurezza nucleare Ucraina).

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