Noi, soldati della Divisione Acqui alla vigilia dell’armistizio e nei tragici eventi che ne conseguirono non voltammo le spalle nè al Re nè alla Patria.

Parte 1: la guerra a una svolta

Siamo nel settembre 1943, il mondo era in piena seconda guerra mondiale. In quell’anno la guerra stava prendendo una svolta decisiva: i tedeschi avevano perso un’intera armata a Stalingrado, in estate cominciò l’ultima offensiva tedesca in Russia, a Kursk. L’ Armata Rossa vinse dopo aspri combattimenti, e d’ora in avanti passò sempre all’attacco, fino alla porte della Cancelleria di Berlino, alle quali arriverà nell’aprile del 1945. L’ armata italiana in Russia, l’ARMIR, fu circondata e distrutta vicino al Don; in Nordafrica l’ Armata Corazzata italo – tedesca fu catturata a Tunisi dagli alleati (americani, inglesi e francesi). Di lì a poco questi ultimi sarebbero sbarcati in Sicilia e avrebbero impegnato gli italo – tedeschi sul suolo italiano. Noi della Divisione di fanteria Acqui partecipammo alla fallimentare campagna contro la Grecia, cominciata male e finita solo grazie all’aiuto dei tedeschi. L’esercito greco non rappresentava obiettivamente un grande ostacolo, il comando italiano investì grandi risorse nella guerra, ottenendo solo magri risultati, di fronte a circa 140.000 tra morti, feriti, ammalati e congelati [3]. Dopo che la svastica sventolò dal partenone e la Grecia (tranne l’isola di Creta) fu occupata, la nostra divisione fu trasferita come guarnigione nelle isole Jonie di Cefalonia e Corfù.

Figura (1) Mappa di Cefalonia; capitale: Argostoli. La parte occidentale
(zona di Lixouri) è occupata dal presidio militare tedesco, mentre il resto
è occupato dalla Div. Acqui

Restammo dal 1941 al settembre 1943 nelle due isole senza sparare un colpo. Alcuni dei nostri si sposarono con le donne del posto, e instaurammo buoni rapporti con i civili greci [2]. La stessa cosa non la possiamo dire dei soldati tedeschi che, una volta stabilito il loro presidio a Cefalonia, requisirono alimenti e vettovaglie ai contadini. La vita quì è lontana sia dall’Italia, che dalla propaganda boriosa fascista “Andavamo a nuoto nella baia, da montanari eravamo diventati dei bravi nuotatori, ci mettevamo in cerchio al largo e ci raccontavamo le barzellette contro il duce[2]. La nostra è una vita piuttosto tranquilla; e continua così dalla caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini (25 luglio 1943), alchè dall’ 8 di settembre, quando la notizia della firma dell’armistizio tra l’Italia e gli alleati (USA e Impero Britannico) venne resa nota alla radio. Tra di noi soldati questo non era che un motivo di gioia, “Venne il 25 di luglio, cascò il fascismo, fra tutti si pensava <<Ora si va a casa !>>[2]. Il nostro comandante Antonio Gandin, abruzzese, veterano di guerra; dalla guerra italo – turca al comando nell’ARMIR in Russia, dove fu decorato dai tedeschi con la croce di ferro di prima classe, era conosciuto negli ambienti tedeschi sia da Hitler che dal Reichmarschall Hermann Göring. Sarà una figura centrale di spicco nelle trattative con i tedeschi, specialmente quando ci ritrovammo completamente isolati dal continente, a causa della confusione generale che imperversava al comando italiano.

8 settembre: la notizia dell’armistizio si diffuse in breve tempo, la popolazione greca ne rimase entusiasta, come noi della truppa, meno entusiasmo si riscontrò nei nostri ufficiali. Il loro pensiero era rivolto in larga parte alla Germania: come avrebbe reagito ? Come ci avrebbe trattato ? Non era molto corretto rivolgere le armi contro i nostri ex alleati, ma nemmeno. Per il lettore immaginare cosa vuol dire arrendersi non è facile, spiego il perchè: dapprima della guerra eravamo alleati con i tedeschi, questi ci hanno sempre aiutato nelle nostre campagne militari. Arrenderci agli alleati significava per i tedeschi non solo un gesto di vigliaccheria, ma instillava il dubbio che ci fossimo uniti agli alleati per combattere contro i tedeschi. Arrivò l’ordine del Generale Vecchiarelli, comandante dell’ XI Armata, con indicazioni di non unirci ai partigiani greci, che altro non volevano che la guerra tra italiani e tedeschi; di rispondere con violenza alla violenza e non sparare per primi contro i tedeschi. Ma erano proprio loro che ci spaventavano più di chiunque altro, nonostante noi italiani nell’isola fossimo 11.000 e loro 2.000. Alla sera vengono diramati gli ordini di Gandin: consegna per tutti (cioè privare della libera uscita), pattugliamento nella città e nei porti e coprifuoco per i civili.

Parte 2: il conto alla rovescia

9 settembre: non giungono più notizie dal comando ad Atene, nè dal continente, non è chiaro come dobbiamo comportarci coi tedeschi; sono ore di confusione, almeno arrivassero ordini chiari dal comando … Sarà anche vero che sono i soldati a vincere le battaglie, ma il ruolo dei generali è fondamentale per capire “cosa fare”, sempre, in ogni momento e senza indugio. In mattinata arrivò il colonnello Hans Barge[1][2], comandante delle forze tedesche a Cefalonia, non aveva direttive dal suo comando, solo mantenere buoni rapporti con noi della Acqui. Le notizie tra noi soldati si infittiscono di dubbi e timori verso i tedeschi, a giudicare dalle voci che corrono circa i soprusi che subiscono i nostri in Jugoslavia e nel resto della Grecia. Speriamo sia solo la propaganda greca per intimorirci e farci prendere le armi contro i tedeschi. Vorremmo saperne di più, ma non abbiamo più contatti col comando. Verso sera arriva un nuovo radiogramma in codice, da Vecchiarelli: cedere le artiglierie e le armi collettive ai tedeschi, in cambio del rimpatrio[1][2]. Ma come ? Non dovevamo reagire se attaccati ? Se fossero vere le voci della rappresaglia tedesca contro gli italiani, che ne sarebbe di noi se ci trovassimo disarmati ? Ad ogni modo Gandin respinse l’ordine, ritenendolo indecifrabile[1]. Magari il giorno dopo i tedeschi spiegheranno meglio il da farsi.

10 settembre: alle 8 arriva il colonnello Barge a parlare col generale Gandin, come inviato del comando tedesco. Esige la consegna di tutte le armi, anche individuali, entro le ore 10 del giorno successivo in piazza ad Argostoli[1][2], altrimenti fucilazione. Deve essere fuori di senno: il giorno prima è stato collaborativo in modo da mantenere buoni rapporti, e oggi crede di imperare su di noi. Cosa vuol dire cedere le armi senza combattere ? Venir meno al nostro giuramento di fedeltà al Re ! Nella piazza di Argostoli ? La guerra l’abbiamo vinta contro un nemico che ci aveva respinto in Albania, se non fosse stato per i tedeschi. Umiliarci così davanti ai greci ? Ma nemmeno per idea ! Gandin porta la croce di ferro, che è una medaglia tedesca, alcuni dicono che bisogna fidarsi fino a un certo punto, altri che è filotedesco . Ma anche voler accontentare Barge non si potrebbe: la nostra divisione è sparsa su 900 km2 di isola con 300 km di costa [1] , non abbiamo mezzi da trasporto tali da soddisfare le richieste dei tedeschi in così poco tempo. Gandin continua a temporeggiare, chiedendo una dilazione dei tempi, scegliendo un altro luogo e dicendo che chiarirà col suo comando. Siamo 11.000 contro 2.000, i tedeschi hanno circa 300.000 rinforzi che possono intervenire rapidamente dalla Grecia e dalla Jugoslavia, hanno una superiorità aerea schiacciante, non è facile prendere la decisione di ribellarci.

11 settembre: E’ arrivato di nuovo il colonnello Barge, questa volta, mentre tra noi e i tedeschi le tensioni aumentano, questi impone un ultimatum: unirci ai tedeschi, combatterli oppure cedere loro le armi. Tra di noi il sentimento antitedesco è diffuso: succedono sempre più momenti di tensione, alcune pattuglie sia nostre che loro mettono il dito al grilletto, sono sempre di più i nostri che chiedono di combattere i tedeschi. Crescono le nostre simpatie con i greci, che ci dicono che gli inglesi ormai sono vicini, il che ci rassicura. Vi sono episodi di scambio di armi e munizioni con i partigiani greci. Barge esige una risposta entro le 19:00, ma constatando le poche rassicurazioni sulle nostre condizioni da disarmati, Gandin prende ancora tempo fino a domani mattina. Nel frattempo, per non intimorire i tedeschi, Gandin fa spostare due battaglioni del 317° reggimento da Kardakata (punto di incontro tra la penisola di Lixouri e il resto dell’isola) nell’entroterra. Avrà anche rassicurato i tedeschi, ma noi abbiamo perso posizioni chiave, dato che si tratta di un importante nodo stradale.

12 settembre: si sparge la voce che Gandin abbia dato l’ordine di cedere le armi, maledetto ! Mai lasceremo i moschetti senza combattere ! I tedeschi minacciano pure di bombardarci, ma che importa ! Gli ufficiali sono per rompere gli indugi e attaccare, come del resto noi. Non si può ancora continuare a traccheggiare in questo modo. Per fortuna arriva la smentita, Gandin non ha ordinato alcuna consegna delle armi, ci mancherebbe ! Ci sono stati degli ufficiali che hanno irrotto nel suo ufficio chiedendo di combattere, ma egli ancora resiste nella sua presa di posizione di aspettare. Alle 18 è arrivato Barge, il comando tedesco lo ha esonerato dalle trattative, vuole solo sapere se la Acqui cede le armi o si unisce alla Germania, nient’altro.

Parte 3: aprite il fuoco !

13 settembre: all’alba vengono avvistate due motozattere tedesche dritte verso Argostoli, sono cariche di soldati in assetto di guerra. La batteria di obici da 100/17, comandata dal capitano Amos Pampaloni apre il fuoco di propria iniziativa “Quando questi mezzi stavano ripiegando verso il porto, io aprii il fuoco – A. Pampaloni”[2]distruggendole entrambe. In mattinata arriva il generale Hubert Lanz, comandante del 22° corpo d’armata [4], in idrovolante, la nostra contraerea apre il fuoco. Lanz minaccia violenza se non gli cediamo le armi, in cambio di cosa? Niente, ovvio. Dopo una conversazione burrascosa tra Lanz e Gandin, ques’ultimo entro le ore 12:00 del giorno dopo si promette di dare una risposta. Nel continente i nostri sono stati ingannati dai tedeschi, solo noi della Acqui, tra Cefalonia e Corfù resistiamo, il nostro presidio a Corfù si è ribellato e ha costretto i tedeschi alla resa. Con un ordine, Gandin, invita noi della Acqui a scegliere: combattere i tedeschi, unirci a loro, cedere le armi.

14 settembre: i nostri ufficiali chiedono di esprimerci in questa specie di referendum, può essere che Gandin lo abbia fatto per sentirsi più vicino a noi dopo tutto il periodo di trattative incerte. Ogni soldato si esprime, dal comando giungono voci che ogni ufficiale sia unanime nel prendere le armi contro i tedeschi, e la truppa non è da meno: che se le vengano a prendere, non ci fanno paura ! Bisogna allestire le posizioni difensive assolutamente, i tedeschi arriveranno, e ben armati. L’isola è spoglia: di alberi e ripari naturali ce ne sono ben pochi, se i tedeschi attaccassero con gli aerei in massa sarebbe un enorme problema, ed è ovvio che nel frattempo si siano preparati. Il morale rimane alto, molto alto; noi della Acqui siamo all’incirca 11.000 suddivisi in: due reggimenti di fanteria (17° e 317°), il 33° artiglieria, la 27° Legione Camicie Nere, il 19° battaglione Camicie nere ed altre unità di supporto tra carabinieri e finanzieri e alcuni marinai. Contro di noi si scaglieranno addosso le forze tedesche provenienti dalla Grecia e dai Balcani: la 1° Divisione di montagna e la 104° Divisione cacciatori che correranno a rafforzare le posizioni dei loro 2.000 commilitoni già sull’isola, nella parte occidentale. Siamo ufficialmente in guerra.

15 settembre: Intorno alle 8 arriva il messaggio di Gandin, che ci esorta a combattere contro i tedeschi, ricordandoci il gesto di ribellione da parte del 18° reggimento a Corfù. Fino a mezzogiorno non successe niente, i nervi sono tesi, c’è un clima di impazienza… Ma ecco che alle 2 del pomeriggio la risposta tedesca si fa viva: gli stukas (cacciabombaridieri tedeschi) cominciano a bombardare sia noi che le strade. E’ un inferno, terribile, ci sono pezzi di carne e budella sparse quà e là. Nel frattempo un gruppo d’attacco germanico si mosse da Kardakata verso il Monte Telegraphos, mentre da ovest arriva un altro gruppo d’attacco, che si dirige verso il centro. Il primo gruppo trova la tenace resistenza del II/17°, composto da veterani poco disposti a cedere. Sia il primo che il secondo gruppo vengono bloccati dalla nostra artiglieria che dalla fanteria, i combattimenti vanno avanti furiosi per tutto il pomeriggio. Il III/317° affronta coraggiosamente un battaglione corazzato germanico, mettendone fuori uso i carri armati con pezzi d’artiglieria da 100/17 (vecchi cannoni austroungarici del primo conflitto mondiale). La nostra contraerea, antiquata, fa miracoli per tenere liberi i cieli, serve a ben poco ma resiste eroicamente. Verso sera i tedeschi riescono a conquistare il Monte Telegraphos; pensano che la notte basti a farci tacere, ma invece contrattacchiamo, riusciamo quasi a circondare i tedeschi sulla cima quando scorgiamo rinforzi su motozattere che partono da Lixouri per aiutare i loro compagni. La nostra artiglieria si scatena su di loro, nessuna imbarcazione li raggiunge. I tedeschi sul monte, circondati, alzano bandiera bianca[1].

Figura (2) Obice di artiglieria 100/17, di fabbricazione austroungarica e di
preda bellica italiana.

16 settembre: abbiamo catturato all’incirca mezzo migliaio di prigionieri[1]. Chissà come avranno affrontato il combattimento i nostri camerati a Corfù. So di certo che i tedeschi rimanenti sull’isola sono trincerati a nord, ma non attaccano. In mattinata tornano gli Stuka, attaccando ferocemente per distruggere le nostre batterie, maledetti vigliacchi ! Hanno capito che non ci possono sopraffare facilmente e allora ci colpiscono dall’alto ! La nostra contraerea fa quello che può, spero solo che Gandin abbia mandato dei messaggi al comando per richiedere aerei dall’Italia, altrimenti a forza di continui bombardamenti saremo costretti a ripiegare. I tedeschi controllano il nodo stradale cruciale di Kardakata, quello che noi abbiamo ceduto loro per solidarietà, e adesso dobbiamo riprendercelo assolutamente. Gandin ha schierato per attaccare in quel punto i tedeschi 3 battaglioni. Una volta presa Kardakata ci spingeremo verso Lixouri, sperando di riuscire a buttare i tedeschi in mare. Mentre ci schieriamo, gli Stukas continuano a tormentarci, mio Dio, ma perchè dei nostri aerei sul continente non interviene nessuno ?

17 settembre: all’alba attacchiamo i tedeschi vicino a Kardakata, subito gli Stukas ci attaccano, piovono bombe dappertutto, e precise. Sembrava che combattessimo contro gli aerei che contro degli uomini. Avanziamo, poco, non glie la diamo per vinta, intanto i tedeschi ci scatenano addosso il fuoco di mitragliatrici e mortai. L’isola è spoglia, non ci possiamo riparare dagli Stuka in alcun modo, la nostra posizione è indifendibile ma resistiamo. Un battaglione del 317° viene respinto, ma alcuni obiettivi vengono raggiunti, tuttavia a causa di questo respingimento dobbiamo fermarci per forza, o rischiamo di trovarci in mezzo ai tedeschi se ci spingiamo troppo avanti. “Improvvisamente ho visto che uno degli Stukas ci aveva notato, e in un baleno ce lo siamo trovato addosso. Quando era alla distanza opportuna ha aperto il fuoco con le mitragliatrici, il fuoco ci venne addosso. Dall’inizio del nostro attacco fino alla cessazione siamo sempre bersagliati dall’alto [2], è un inferno, e dall’Italia non arriva niente ! Solo “Complimenti per l’eroismo”[1], come se gli Stuka si fermassero a suon di complimenti.

18 settembre: all’alba questa volta sono i tedeschi ad attaccarci, con largo appoggio di Stuka e artiglieria. Uno dei nostri battaglioni viene respinto con perdite, nonostante la loro tenace resistenza, penso si trattasse di quello respinto ieri: il I del 317°. Gli altri resistono, ma poi vengono respinti, i tedeschi riescono ad avanzare. In serata arriva la notizia che un aeroporto tedesco ad Araxos è stato bombardato dagli americani [1], spero solo che questo riesca a rallentare i tedeschi, perchè le nostre posizioni dopo i continui bombardamenti le teniamo sì, ma a malapena.

19 settembre: stamane ci svegliamo con l’ansia dei bombardamenti, è un forte stress psicologico. Non possiamo opporci coi nostri moschetti Carcano mod. 91 ai caccia bombardieri, la nostra contraerea ha fatto l’impossibile, i caccia italiani non arrivano. Ecco che si avvicinano gli Stuka, di nuovo… Ma stavolta niente bombe, buttano giù dei volantini[1][2] in cui ci incitano a passare ai tedeschi con le nostre armi, in cambio non ci verrà fatto niente, altrimenti fucilazione. Balle ! Solo balle ! Ma chi pensano di prendere in giro ? Nessuno dei nostri commilitoni ovviamente cede ! E’ addirittura peggio di tutto quello che è successo nelle trattative dei giorni precedenti. E quanti volantini buttano… Vanno avanti così per quasi tutta la giornata. Chissà cosa succederebbe se arrivasse uno squadrone di nostri caccia contro quegli Stuka così impegnati a distribuire i volantini, ne vedremmo delle belle, e invece niente ! Nel frattempo i nostri ufficiali fanno riordinare i ranghi; attacchiamo di nuovo per conquistare il nodo stradale di Kardakata domani all’alba. Prosegue intanto l’azione dei nostri artiglieri contro i tedeschi che continuano a mandare rinforzi a Lixouri, ma non si riesce a vedere quanti danni riusciamo a infliggere.

20 settembre: siamo tutti all’erta, pronti ad attaccare, come una molla in tensione pronta a scattare, basta che arrivi l’ordine. In effetti l’ordine arriva: attacco rinviato a domani. Ci sono delle buone notizie per noi, diffuse dagli ufficiali: un attacco notturno condotto dal I°battaglione (quello che ha subito più perdite di tutti gli altri) ha disperso i tedeschi vicino a Mirtos[1]. Questo ci rinfranca il morale, ma il peggio deve ancora arrivare. I tedeschi continuano ad effettuare intensi traffici utilizzando la rete stradale di Kardakata, la nostra artiglieria risponde, ma più che ostacolarli li disturba. Domani o questa notte è probabile che i tedeschi attaccheranno, sarà qualcosa di grosso, sicuramente. Come ogni giorno, continuano ad abbattersi su di noi gli Stuka, alcune artiglierie vengono messe fuori uso, e la mancanza di ripari favorisce i tedeschi. Siamo sempre più soli, ormai la fine è vicina, se solo l’Italia ci avesse mandato qualche aereo.

21 settembre: ci siamo ! E’ giunta l’ora di attaccare i tedeschi a Kardakata. Ci muoviamo su un terreno difficile: arido, carsico, tanti sassi e niente alberi. Ci precede la nostra artiglieria, quella che è rimasta dopo i bombardamenti, ma spara e fa il suo dovere. Poi in un attimo sono comparsi gli Stuka[1], molto più numerosi, cominciarono un bombardamento a tappeto contro di noi, successe il panico: esplosioni, polvere, cadaveri, visceri dappertutto, chi non scappava era preso dal panico… In pochi attimi quello che doveva essere il nostro attacco si trasformò in una rotta disastrosa. Più tardi venimmo a sapere che un battaglione era stato annientato, uno stava ancora resistendo, invece il I° aveva reagito. Grandi ragazzi ! Molti si erano dati alla fuga dalla disperazione, l’artiglieria penso che avesse cessato di esistere, non si sentiva più sparare. Veniamo a sapere che i tedeschi ne hanno approfittato della confusione per infiltrarsi nelle nostre linee, affondando come nel burro. Sono quasi vicini al nostro comando di divisione; dovevamo attaccare i tedeschi a Kardakata, e ce li siamo ritrovati alle spalle, mentre eravamo in preda al caos. Verso sera arriva un nuovo ordine di Gandin: ripiegamento su una nuova linea difensiva con tuttto quello che gli è rimasto. E’ evidente che vuole resistere con tutto ciò che ha, e c’è da dire che potremmo anche resistere ulteriormente se dall’Italia arrivassero aerei e munizioni, invece giungono ancora parole. Durante la notte dobbiamo trasferirci secondo le disposizioni di Gandin, le speranze ormai si riducono, nonostante la notte faccia fermare le azioni del nemico.

Parte 4: il tragico epilogo

22 settembre: tutto quello che è rimasto del 17° reggimento, che costituisce la linea difensiva, viene spazzato via dall’azione combinata degli Stuka, nonostante si sia difeso con onore, senza ritirarsi. Attaccano sia i tedeschi che avevano ieri sfondato le linee, che un altro gruppo d’attacco vicino ad Argostoli. Una volta spazzato via il 17° non c’è niente che separa il nostro comando dai tedeschi. Questi entrano ad Argostoli, siamo ormai circondati. Verso le 13:00 il comando a Keramies alza bandiera bianca[1] . Sembra come che il tempo si fosse fermato, ci guardiamo attorno spaesati, c’è una calma surreale nel paesaggio che ci circonda. Dobbiamo ancora del tutto realizzare la sconfitta, men che meno di dover essere fucilati tra pochi giorni sotto la responsabilità diretta di quel cane di Von Hirschfeld.

Saranno colpiti dalla furia dei tedeschi tutti noi soldati della Acqui, compresi i civili greci che tenteranno di nascondere in casa alcuni dei nostri commilitoni. Chi ha avuto la fortuna di salvarsi dalle fucilazioni sommarie di uno dei più grandi massacri di prigionieri di guerra: di sicuro il capitano Amos Pampaloni, primo ad aprire il fuoco con le sue batterie contro le motozattere tedesche. Alcuni dei superstiti saranno imbarcati per essere condotti nei lager; anche se alcune navi colarono a picco trascinandosi all’incirca più di 1300 prigionieri italiani sul fondo del mare [5]. Per il resto da dire c’è ben poco: il nostro tragico epilogo è stato dettato dagli ordini personali di Hitler, ai quali i soldati tedeschi hanno adempiuto a dovere, non vedendo l’ora di vendicarsi su di noi, sugli alleati che li hanno traditi, secondo la loro visione. Sapevamo che opporci era molto rischioso, quasi una via a senso unico per la morte, ma nemmeno cedere le armi davanti a un’arroganza spropositata, questo mai.

Fonti:

2 risposte a "No, non ce la siamo fatta addosso !"

  1. Io non leggo molte opere storiche ma la descrizione che hai fatto è cosí realistica da vederli tutti questi soldati come se fossero qua con me. Mi chiedo perchè non facciano una serie o un film su tutti gli italiani che hanno combattuto invece di proporre cose stupide. 😔

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